Che l’arte possa essere disturbante per il potere costituito è motivo di orgoglio e di “senso” per chiunque la ami. La dimostrazione più eclatante di questo potenziale eversivo è il sempre citato accanimento del regime nazista contro la cosiddetta arte “degenerata”, culminante nella nota esposizione organizzata a Monaco nel 1937, che mise all’indice capolavori di artisti come Henri Matisse, Max Beckmann, Vincent Van Gogh, Otto Dix, Marc Chagall, Pablo Picasso e Amedeo Modigliani. Le loro opere vennero ritirate dai musei tedeschi, distrutte, vendute o esposte in “mostre degli orrori”. Quello del nazismo fu non solo un feroce attacco alle arti visive, ma una vera e propria campagna contro le avanguardie, incluse la musica (jazz e atonalità), l’architettura (funzionalismo, Bauhaus) e la letteratura (opere moderniste e critiche verso il regime), ree di essere a favore di una pluralità inammissibile per lo stereotipo reazionario che voleva imporre.

LIGNA, “Freiheitsplatz”, 2025, performance, photo: steirischer herbst / Johanna Lamprecht
Ma l’arte può ancora essere considerata una minaccia? Ne sembrano convinti i curatori di certe mostre programmaticamente impegnate, che orchestrano articolati sistemi espositivi in manifestazioni di richiamo all’insegna dell’anticapitalismo, della decolonizzazione o dell’LGBTQ+ con esiti abbastanza scontati, come il mea culpa generalizzato che aleggiava tra i padiglioni nazionali dell’ultima Biennale Arte. È davvero possibile considerare pensiero critico un prodotto artistico che trae linfa da ciò contro cui si scaglia e che ha finito per acquisire una consacrazione ufficiale (anche dal punto di vista finanziario) nel sistema? D’altronde una mostra di arte contemporanea non dovrebbe nemmeno confondersi con una riunione di militanti politici o con una lezione accademica e nemmeno costringere, come spesso accade, un fruitore in cerca di un’esperienza artistica alla difficile decifrazione di grafici installativi o alla disanima di reperti grezzi afferenti alla tematica affrontata. È molto difficile (o forse non è l’intenzione di tanti) riuscire a fare arte a partire dall’attualità senza tradire l’istanza etica sottesa all’ispirazione iniziale e senza sacrificare l’altrettanto importante aspetto (trattandosi di arte) di formalizzazione, tenendosi al tempo stesso a distanza dai gorghi del complesso triangolo delle Bermuda costituito dagli aspetti di sistema appena menzionati, sempre in agguato come fattori “anestetizzanti” della portata dell’opera.

Ivo Dimchev, “Hot Sotz”, 2025, performance, photo: steirischer herbst / Johanna Lamprecht
Rispetto a questo panorama, si pone come virtuosa eccezione Steirischer Herbst (Autunno Stiriano), uno dei festival di arte contemporanea più importanti e longevi d’Europa che si tiene ogni anno a Graz, in Austria, tra settembre e ottobre. Nato nel 1968, si caratterizza per essere una rassegna multidisciplinare incentrata su opere e progetti innovativi che spaziano tra arte visiva, performance, teatro, musica, letteratura e nuovi media. Il festival è noto per il suo approccio sperimentale e spesso provocatorio nell’usare l’arte come strumento di riflessione critica applicato ai più urgenti temi sociali, politici e culturali della contemporaneità. Ancora depositario dello spirito contestatario degli anni in cui è nato e in nome del suo orientamento alla trasformazione sociale attraverso la cultura, coinvolge l’intera città come palcoscenico con interventi (quasi tutte nuove commissioni) in spazi pubblici, edifici storici e luoghi insoliti. Il festival ha costruito la sua reputazione internazionale invitando artisti emergenti e affermati a creare progetti site-specific ed è considerato un punto di riferimento per le tendenze più avanguardistiche della scena artistica europea. Steirischer Herbst non ha un’affiliazione partitica specifica, ma esprime con coerenza una visione politica progressista e di sinistra culturale, vicina a valori di inclusività e giustizia sociale e impegnata a interrogare in quest’ottica le strutture di potere, il capitalismo, le questioni di genere e identità.

Stephan Mörsch, “Gaza Surf Club”, 2013/2025), three models in 1:10 scale, wood, fabric, metal, plastic, and paint, courtesy of the artist
Sfidante anche il titolo della cinquantottesima edizione ancora in corso: Never Again Peace (Mai più pace) ricalca quello di un’opera teatrale espressionista scritta da Ernst Toller (drammaturgo tedesco ebreo e attivista politico di sinistra) nel 1936, una commedia satirica antibellica che critica il militarismo e il fascismo in ascesa in quegli anni in Europa. Il testo è una satira amara che mette in scena come la propaganda bellica e nazionalista possano corrompere anche le società più pacifiche e riflette il profondo pessimismo dell’autore sulla situazione politica europea alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Questa suggestione, per il comitato curatoriale (composto da Ekaterina Degot, David Riff, Gábor Thury e Pieternel Vermoortel, con l’assistenza di Beatrice Forchini, Tobias Ihl e Lukas Michelitsch), descrive alla perfezione ciò che accade in questo momento. Il governo di Netanyahu in Israele usa la storia dell’Olocausto per giustificare il proprio operato criminale, privatizzando, per così dire, il motto “mai più”, come se valesse solo per gli ebrei. “Mai più” è stato detto diverse volte nel XX secolo, ma i fascismi stanno risorgendo in ogni dove, alienando in qualche modo l’intera storia della vittoria sui totalitarismi novecenteschi, così come il tragico destino degli ebrei europei e di altri gruppi perseguitati.

Ahmet Öğüt, “Sports Club of the Forbidden Colours”, 2025, installation view, courtesy of the artist, photo: steirischer herbst / Mathias Völzke
La sede espositiva di quest’anno è il Bauer, distilleria industriale in disuso, la cui articolata struttura con i suoi diversi livelli, tra cui un cortile centrale, sotterranei, sale impianti, uffici e persino ex appartamenti della polizia, diventa una naturale metafora delle complicazioni del presente, invitando il pubblico a percorrere un “labirinto kafkiano”, ma soprattutto un percorso iniziatico di coscienza. L’edificio per l’occasione è stato rinominato BAU, parola incarnante in tedesco una variegata gamma di significati (come casa, tana, prigione) che in questa mostra sembrano collassare l’uno nell’altro, proprio come le differenze semantiche fondative in una situazione di guerra generalizzata. Ad aprire il percorso di visita, la scultura di Illya Pavlov (1982, Kharkiv, Ucraina, vive a Graz), una grande lapide su cui campeggia la scritta “We just want piece” in cui la deliberata istigazione al fraintendimento ortografico diventa epigrafico monumento alla facilità con cui oggi il concetto di pace può essere mistificato e strumentalizzato. Tra le installazioni collocate nelle stanze che si affacciano al cortile citiamo: Sports Club of the Forbidden Colours di Ahmet Ögüt (1981, Silvan, Turchia, vive ad Amsterdam e Istanbul), che associa le combinazioni di colori vietate in certi Paesi (a causa della reminiscenza di bandiere nazionali non gradite, come quella palestinese) a competizioni sportive nell’ambito di discipline di minoranza, come Extreme ironing o Bed racing, in un’ironica associazione aperta alla speranza. E poi On Air di Olaf Nicolai (1962, Halle an der Saale, Germania, vive a Berlino), un’installazione sonora basata sull’ascolto in cuffia di una registrazione della BBC effettuata nel 1942, in cui a quello che avrebbe dovuto essere un solo di violoncello accompagnato dagli usignoli si sovrappone un attacco aereo, un’opportunità per il visitatore di ascoltare il suono di una guerra che si avvicina. Infine, ma occorrerebbe menzionare ogni lavoro, Am Asphodeliengrund 29 di Gelitin (fondati nel 1993, tre membri vivono a Vienna), un’esperienza personalizzata nel seminterrato del BAU, in cui si è invitati ad accedere da soli, lasciando fuori tutto quello che non serve (spoiler: nessuno torna dalla porta da cui entra).

Nástio Mosquito, “They the them are we: mono(i) dialogues”, 2025, installation and film screening In English, ca. 60 min., photo courtesy: steirischer herbst
Con un criterio altrettanto arbitrario segnaliamo ora qualcuno dei lavori dislocati nei labirintici meandri delle sale interne, al primo e a secondo piano. Spicca Gaza Surf Club (2013/2025) di Stephan Mörsch (1974, Aquisgrana, Germania, vive a Berlino), installazione composta da una serie di modellini di impianti balneari precari, una ricostruzione di quelli che punteggiavano la spiaggia di Gaza City, oggi tristemente evocativi del progetto di spiaggia di lusso che grava su quella spiaggia, concepito molto prima che la zona diventasse un “campo di concentramento a cielo aperto”. Segue Bezirk 5 (Distretto 5, 2025) di Elias Holzknecht (1993, Ötztal, Austria, vive a Graz e Längenfeld), esito di un’indagine sull’area attorno al BAU, una zona in cui più della metà dei residenti sono immigrati privi della cittadinanza austriaca e in pochi partecipano alla vita politica locale. Questo fatto ha senz’altro favorito il Partito della Libertà (FPÖ) di estrema destra nelle ultime elezioni nel distretto, evento ancora più contraddittorio se si pensa che dal 2021 la sindaca della città (Elke Kahr) è il primo membro del Partito Comunista d’Austria (KPÖ) a ricoprire questo ruolo. L’approccio dell’artista è sobrio e documentaristico, ma la bellissima luce tenue in cui sono immersi i suoi scatti tradisce la sua partecipazione emotiva. Di segno opposto, l’iperbolica ambientazione di Nástio Mosquito (1981, Luanda, Angola, vive a Gand) They the them are we: mono(i) dialogues (2025), gravitante attorno a un film in cui Papa Giovanni Paolo II, Madonna, Adolf Hitler, Nelson Mandela, Nástio Mosquito, Martin Lutero, Michail Gorbaciov, Pink Terrorist, Napoleone, James Baldwin, Shaka Zulu, Voltaire, Malcolm X, Maya Angelou, Arnold Schwarzenegger e Billie Holiday aspettano l’inizio di un concerto per i bambini scomparsi di Gaza dei WAMBATA EXPRESS, un supergruppo che include Miles Davis, Nina Simone e l’artista stesso. In questi incontri impossibili i personaggi, bevendo alcolici e fumando marijuana, parlano con sarcasmo dell’attuale geopolitica. Si tratta di un’animazione al vetriolo davvero stupefacente, reminiscente nello stile grafico degli irriverenti collage dadaisti caricati in chiave satirica.

Haim Sokol, “Scarecrow”, 2025, installation view, courtesy of the artist, photo: steirischer herbst / Mathias Völzke
Nel luogo più recondito del sottotetto, la “stanzetta degli orrori” di Haim Sokol (1973, Arcangelo, Russia, vive a Ramat Gan, Israele), tappezzata di disturbanti documentazioni fotografiche degli oltraggi dei militari israeliani nelle case abbandonate dei palestinesi, poesie macabre e disegni in cui l’artista si ritrae travestito da spaventapasseri o come soldato vestito con biancheria intima femminile, una dolorosa rielaborazione delle responsabilità implicite nella sua cittadinanza. A far da anticamera, l’installazione site-specific The Archeology of Absence di Carla Ählander e Gernot Wieland (1966, Lund, Svezia, vive a Berlino; 1968, Horn, Austria, vive a Berlino), una rilettura minimale delle stanze dell’appartamento, occupato per l’ultima volta da una famiglia con un bambino. I pattern della carta da parati della cucina sono stati interpretati dagli artisti come una partitura per l’assolo di pianoforte che risuona in quegli spazi in disuso, suggestiva colonna sonora di una sorta di archeologia dell’assenza, che fa trapelare violenze latenti, sentimenti di noia e repressione allusivi alla storia austriaca e alla condizione esistenziale connessa all’esperienza di crescere in quel luogo. Concludiamo questo parziale excursus con il video di Dear Esther di Candice Breitz (1972, Johannesburg, Sudafrica, vive a Berlino), dedicato a Esther Bejarano (1924-2021) sopravvissuta ad Auschwitz perché reclutata come fisarmonicista nella Mädchenorchester (orchestra femminile) del campo. Emigrata in Palestina dopo la guerra, fu testimone della Nakba e tornò in Germania, dove venne ingiustamente accusata di essere una sostenitrice di Hamas per la sua critica delle politiche dello Stato di Israele. L’opera riflette sulle implicazioni controverse della politica della memoria, instaurando un parallelismo con la posizione dell’artista sudafricana, attivista antifascista e sostenitrice dei diritti palestinesi, per questo motivo osteggiata nella diffusione del suo lavoro.

Michiel Vandevelde, Pankaj Tiwari and Eneas Prawdzic, “Violenza 2025”, 2025, performance, photo: steirischer herbst / Clara Wildberger
Ognuna delle opere esposte, dunque, costituisce un diverso punto di accesso alle profonde contraddizioni che attraversano l’attuale geopolitica, facendo emergere correlazioni e similitudini da contesti in apparenza molto diversi, in modo diretto e coinvolgente come solo un’arte “onesta” riesce a fare. Altrettanto impattante dal punto di vista estetico, emozionale e concettuale la programmazione degli eventi performativi, forse l’aspetto per cui il festival è più conosciuto a livello internazionale. Tra tutti citiamo: Freiheitsplatz (Freedom Square, 2025) del gruppo Ligna (fondato nel 1997 dagli artisti performativi e radio-attivisti Ole Frahm, Michael Hueners e Torsten Michaelson, con base in Germania) che invita il pubblico, dotato di cuffie, a prendere parte a un’azione collettiva nell’omonima piazza di Graz per esperire “sulla pelle” il risvolto semantico di diverse modalità di occupazione dello spazio pubblico. E poi il concerto Hot Sotz di Ivo Dimchev, aedo contemporaneo di una satira sferzante con una voce celestiale. Si staglia, infine, in modo indelebile nella memoria la pièce Violenza 2025 di Michiel Vandevelde, Pankaj Tiwari ed Eneas Prawdzic, basata su un testo ricavato dall’accorpamento di materiale testuale reale, utilizzato nell’ambito della propaganda di ultradestra. Lo spettacolo preleva il fenomeno dell’istigazione all’odio per osservarlo all’interno di uno spazio decontestualizzante come il teatro con l’intento di scomporne dall’interno i meccanismi di funzionamento testandoli sul pubblico. È dunque estremamente crudele nell’instillare nello spettatore il disagio di percepire per un attimo convincenti certe argomentazioni faziose fondate sulla manipolazione di valori e affetti positivi, oltre che nell’imporgli al termine dell’escalation l’orrore di una violenza fisica e verbale bestiale. In Italia non credo che questa rappresentazione sarebbe stata possibile in un teatro pubblico.
Info:
Steirischer Herbst 2025
18/09/2025 – 12/10/2025
www.steirischerherbst.at
L'articolo Steirischer Herbst ‘25: quando l’arte riesce a disturbare senza tradire sé stessa proviene da Juliet Art Magazine.
