Immagini senza destinatario: Jiayue Wang e l’immagine oltre la sua funzione

La fotografia ha da lungo stabilito la propria autorità su ciò che Roland Barthes ha denominato il ça a été: la traccia di un momento reale fisicamente impressa sull’immagine. Una fotografia indica. Jiayue Wang è un’artista cinese che lavora attraverso fotografia, installazione e immagine in movimento, interrogandosi su ciò che una fotografia inizia a perdere nel momento in cui viene scattata. La sua prima mostra personale in museo, After the Image, di recente tenutasi al Rugby Art Gallery and Museum, ha spinto questa domanda fino alle estreme conseguenze, esplorando ciò che un’immagine diventa una volta che non può più assolvere la sua supposta funzione di testimoniare il reale.

Immagini senza destinatario: Jiayue Wang e l’immagine oltre la sua funzione

Jiayue Wang, “Selfie in London”, 2026, photography, 210 × 140 mm, courtesy of the artist

Attraverso sette progetti realizzati in diversi periodi, questo allentamento assume diverse forme. Nella serie Third, che comprende fotografie di strade, paesaggi e interni architettonici, la realtà è osservata da quella che Wang descrive come una distanza in terza persona, una posizione che non appartiene né all’interno né all’esterno degli ambienti registrati. L’opera più grande della mostra appartiene a questo gruppo: un dittico alto e stretto di un interno ad arco, di proporzioni architettoniche, con una porta centrale aperta su una luce calda che l’immagine non ti permette di raggiungere.

Jiayue Wang, “Third 04”, 2026, photography, diptych, 590 × 885 mm, courtesy of the artist

Jiayue Wang, “Third 04”, 2026, photography, diptych, 590 × 885 mm, courtesy of the artist

Una sequenza correlata, Interstice, preme ancora più vicino alla soglia. Un’indistinta sfumatura blu verticale dove l’acqua incontra l’aria. Rami contro la luce in cui nessun elemento mantiene il suo confine in modo definito. Uno stormo di uccelli in volo si staglia contro la superficie pallida del cielo. Queste sono fotografie degli intervalli tra le cose, immortalano il momento in cui un confine smette di dividere e anticipano qualcosa che lo sguardo compie quando è spinto al suo limite: generare un’immagine non da una fonte esterna, ma dalla sua stessa attività. La postimmagine, nel senso che Jonathan Crary elabora nel suo resoconto della visione del diciannovesimo secolo, è un residuo prodotto dall’atto stesso del guardare, quando l’occhio, sovrastimolato e poi rilasciato, proietta dall’interno piuttosto che ricevere dall’esterno. Le fotografie della serie Interstice di Wang non hanno ancora raggiunto quella condizione, ma sono orientate verso di essa.

Jiayue Wang, “Interstice 02”, 2025, photography, 280 × 420 mm, courtesy of the artist

Jiayue Wang, “Interstice 02”, 2025, photography, 280 × 420 mm, courtesy of the artist

Il medesimo interrogativo trova la sua forma più chiara in un gruppo di venti piccole stampe, disposte in una costellazione lenta e fluttuante. Nel loro insieme riempiono uno spazio che nessuna singola immagine potrebbe contenere. L’invito a esse sotteso è di scannerizzare piuttosto che guardare, di muovere lo sguardo dall’una all’altra per cogliere qualcosa che nessuna singola stampa contiene. Qui l’immagine, avendo attraversato il leggibile e la sua dissolvenza, restituisce ciò che l’occhio ne fa piuttosto che lo spunto iniziale offerto dalla realtà esterna. Una tensione continua attraversa questo progetto. Le fotografie di Wang mantengono i loro confini allentandoli piuttosto che dissolvendoli e sono molto precise in ciò che trattengono, mentre il linguaggio che talvolta le accompagna si spinge più in lontananza, verso la luce e verso un punto finale che le immagini deliberatamente si rifiutano di mostrare. Se ciò viene percepito come attrito produttivo o come overclaim dipende dall’ordine in cui lo spettatore incontra questi due aspetti, e il registro può diventare poetico laddove l’argomento avrebbe potuto essere più tagliente. Ma la poesia qui prova a nominare ciò che le fotografie rifiutano di dire.

Jiayue Wang, “After the Image”, 2 - 27 June 2026, installation view, Rugby Art Gallery and Museum, courtesy of the artist

Jiayue Wang, “After the Image”, 2 – 27 June 2026, installation view, Rugby Art Gallery and Museum, courtesy of the artist

Questi sono veri limiti. Importano perché l’argomento sottostante è forte, e perché le decisioni formali che lo portano sono precise. La rivendicazione di autorità della fotografia si è fondata, da Talbot in poi, sul trasferimento meccanico della luce dal mondo alla superficie fotosensibile: il legame indicale come garanzia del reale. Ciò che accade quando quel legame si allenta, quando l’immagine continua a circolare ma la referenza smette di funzionare, suscita una domanda alla quale il medium ha risposto con varie ansiose estetizzazioni e teorie. Il contributo di Wang è di aver costruito un corpo di lavoro la cui struttura mette in atto l’allentamento piuttosto che illustrarlo. Ciò emerge non è conoscenza di un luogo ma un resoconto dello sguardo stesso. La scelta di concludere con una costellazione dispersa piuttosto che con una singola immagine dominante non è una preferenza stilistica. È una posizione teorica.

Info:

jiayueinart.com

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