Ci sono artisti la cui carriera coincide con una lunga ricerca e altri che, raggiunta una determinata soglia, sembrano aver trovato una lingua tanto riconoscibile da poter attraversare qualsiasi soggetto senza modificarne realmente la struttura. È una condizione rara, che appartiene a quei pochi autori il cui immaginario ha ormai assunto la forma di un universo autonomo, capace di assorbire temi, epoche e narrazioni mantenendo pressoché intatta la propria grammatica. Osservando Le Alchimiste, il mastodontico progetto concepito da Anselm Kiefer per la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, a Milano, a cura di Gabriella Belli, la sensazione è proprio questa: non quella di assistere a una svolta, quanto piuttosto all’ennesima dimostrazione della straordinaria compattezza di uno dei linguaggi più autorevoli dell’arte contemporanea.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”. Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, installation view © Ela Bialkowska, OKNO Studio, ph. courtesy Palazzo Reale Milano
Le quasi quaranta tele monumentali dedicate ad alcune figure femminili legate alla storia dell’alchimia si presentano come un corteo silenzioso: Caterina Sforza, Sophie Brahe, Isabella d’Aragona, Cristina di Svezia, Marie Meurdrac e molte altre affiorano dalla superficie pittorica più come apparizioni che come personaggi storici. Il loro nome, tracciato in oro sulla tela, costituisce quasi l’ultimo elemento riconoscibile prima che la materia torni a prevalere sulla biografia. Ogni volto emerge e, allo stesso tempo, sembra ritirarsi nella terra, nella cenere, nel piombo ossidato, nei petali disseccati, nella paglia, come se la storia individuale cedesse progressivamente il passo a una dimensione archetipica, nella quale la donna, l’alchimista, la sacerdotessa e la martire finiscono per sovrapporsi.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”. Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, installation view © Ela Bialkowska, OKNO Studio, ph. courtesy Palazzo Reale Milano
Il catalogo insiste giustamente sul recupero di figure dimenticate dalla storia della scienza e della cultura, ma ciò che realmente interessa Kiefer, a mio avviso, non è tanto la ricostruzione storica quanto la possibilità di trasformare ciascuna di esse in una nuova incarnazione del proprio immaginario materico e pittorico. È forse questo l’aspetto più affascinante della mostra. Le alchimiste diventano il pretesto per riattivare una genealogia iconografica che attraversa l’intera opera dell’artista. Le superfici corrose rimandano ancora una volta a una pittura intesa come processo di sedimentazione; l’oro continua a evocare una promessa di trasmutazione spirituale prima ancora che materiale; il piombo conserva quell’ambiguità che oscilla fra peso, rovina e possibilità di rinascita; i paesaggi combusti, privi di qualsiasi orizzonte rassicurante, riportano inevitabilmente alla memoria la tradizione romantica tedesca, l’espressionismo, la tragedia del Novecento, Paul Celan, Ingeborg Bachmann, l’intero universo letterario e filosofico che da sempre accompagna la ricerca di Kiefer. Persino i volti, deformati, corrosi, lontanissimi da qualsiasi idealizzazione, sembrano appartenere a quella lunga storia del “brutto artistico” che attraversa Grünewald, l’Espressionismo e la Neue Sachlichkeit, più che alla tradizione celebrativa del ritratto.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”. Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, installation view © Ela Bialkowska, OKNO Studio, ph. courtesy Palazzo Reale Milano
Qui affiora quella matrice gotica di cui sembra nutrirsi la ricerca di Kiefer. Wilhelm Worringer avrebbe parlato di un diverso volere artistico (Kunstwollen)[1]: una forma che rinuncia alla misura classica per lasciarsi attraversare da una tensione interiore, dove il corpo perde stabilità, si allunga, si corrode e si spiritualizza. La deformazione smette così di essere un’alterazione del reale per diventare il luogo in cui la materia tenta di oltrepassare sé stessa, trasformando l’inquietudine in una possibilità di elevazione. Inoltre, penso sia difficile, davanti a opere di questo livello, parlare di ripetizione. La qualità della pittura, il controllo della materia e la capacità di costruire immagini monumentali rimangono impressionanti. Eppure, proprio questa assoluta padronanza apre una questione critica che riguarda meno la singola mostra e molto di più la fase della carriera che Kiefer sta attraversando.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”. Milano, Palazzo Reale, Sala del Piccolo Lucernario, installation view © Ela Bialkowska, OKNO Studio, ph. courtesy Palazzo Reale Milano
A tal proposito Theodor W. Adorno parla di Spätstil[2], lo “stile tardo”, provando a osservare come alcuni artisti abbiano trasformato la maturità nel momento più radicale della propria ricerca. Michelangelo, nella Pietà Rondanini, abbandona progressivamente la perfezione anatomica della Pietà Vaticana per affidarsi a una forma verticale, fragile, quasi disgregata; Tiziano lascia che la pittura perda contorni e stabilità fino a diventare una materia pulsante come nella celebra Pietà (1576); Turner sostituisce la rappresentazione del paesaggio con l’esperienza stessa della percezione, dissolvendo ogni gerarchia fra figura e sfondo; Lucio Fontana porta alle estreme conseguenze i suoi concetti spaziali col Taglio. In tutti questi casi la tarda età coincide con una profonda trasformazione del linguaggio, come se gli artisti, una volta liberatisi dalla necessità di dimostrare qualcosa, avessero trovato il coraggio di mettere in discussione perfino le regole che essi stessi avevano contribuito a costruire.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”. Milano, Palazzo Reale, Sala del Piccolo Lucernario, installation view © Ela Bialkowska, OKNO Studio, ph. courtesy Palazzo Reale Milano
Kiefer sembra seguire una traiettoria differente. La sua tarda stagione non produce una frattura, bensì una progressiva cristallizzazione. Il suo lessico, ormai perfettamente definito, possiede una forza tale da inglobare ogni nuovo tema senza alterarne realmente gli equilibri. Cambiano i nomi, cambiano i riferimenti storici, cambiano le figure che popolano le tele, mentre la sintassi dell’opera rimane sorprendentemente stabile. L’impressione è quella di assistere a una pittura che continua ad accumulare memoria piuttosto che a reinventare sé stessa. Naturalmente è anche questo il privilegio dei classici. Picasso poteva dipingere infinite variazioni sul medesimo motivo; Morandi dedicare un’intera esistenza alle stesse bottiglie; Rothko trascorrere decenni all’interno dello stesso campo cromatico. Arriva un momento in cui il soggetto perde importanza rispetto alla voce che lo racconta. Kiefer sembra essere giunto proprio lì, in quella regione della maturità nella quale il linguaggio precede qualsiasi nuova invenzione e ogni opera finisce inevitabilmente per essere confrontata con l’intera storia che l’ha resa possibile.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”. Milano, Palazzo Reale, Sala del Piccolo Lucernario, installation view © Ela Bialkowska, OKNO Studio, ph. courtesy Palazzo Reale Milano
Per questa ragione Le Alchimiste lascia una sensazione ambivalente. Da una parte vi è la consapevolezza di trovarsi davanti a uno dei grandi maestri del nostro tempo, capace di costruire immagini la cui intensità materica rimane difficilmente eguagliabile; dall’altra emerge la percezione che la mostra assomigli a un esercizio di stile nel senso più alto del termine, quello che soltanto un fuoriclasse può concedersi dopo avere conquistato definitivamente la propria lingua. Non si tratta di un limite, né di un elogio. È piuttosto la condizione paradossale dello stile quando raggiunge la piena maturità: ogni nuova opera aggiunge un capitolo a un racconto già scritto con straordinaria autorevolezza, mentre la sorpresa cede lentamente il posto alla conferma. Forse è proprio qui che risiede il fascino e, insieme, il rischio della mostra milanese. Le alchimiste di Kiefer parlano di trasformazione, di metamorfosi, di trasmutazione della materia. Eppure, osservandole una dopo l’altra, si ha la sensazione che la trasformazione più significativa non riguardi tanto le figure rappresentate quanto il loro autore: un artista entrato ormai in quella stagione rarissima in cui la ricerca lascia spazio allo stile e lo stile, raggiunta la propria forma definitiva, diventa esso stesso la materia più difficile da continuare a trasformare.
[1] Per la concezione del gotico come espressione di un volere artistico orientato verso la tensione spirituale della forma, anziché verso l’armonia classica e la mimesi naturalistica, cfr. Wilhelm Worringer, Il gotico. Problemi di forma, a cura di Giovanni Gurisatti, Mimesis, Milano-Udine 2020.
[2] Sul concetto di Spätstil si veda T.W. Adorno, Beethoven. Filosofia della musica, a cura di R. Tiedemann, trad. it. di A. Solmi, Einaudi, Torino 2001, in particolare il saggio Lo stile tardo di Beethoven. Per un’estensione del concetto oltre l’ambito musicale cfr. E.W. Said, Sullo stile tardo. Musica e letteratura controcorrente, Il Saggiatore, Milano 2009.
Info:
Anselm Kiefer. Le Alchimiste
07/02/2026 – 27/09/2026
A cura di Gabriella Belli
Catalogo Marsilio Arte
Palazzo Reale Milano, Sala delle Cariatidi
Piazza del Duomo, 12 – Milano
www.palazzorealemilano.it
L'articolo Le Alchimiste di Kiefer. Quando un maestro non ha più bisogno di sorprendere proviene da Juliet Art Magazine.



